Il Don risponde

Accogliere nella propria vita ciò che Lui è stato

*di don Mario Masullo

«Come questo pane spezzato era
sparso sui colli e raccolto
divenne una cosa sola, così la
tua Chiesa si raccolga dai
confini della terra nel tuo regno,
poiché tua è la gloria e la
potenza per Gesù Cristo nei
secoli». (Didachè IX,4)

La domanda di fondo che siamo chiamati a farci, in questa solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù è:
“Ci stai ad accogliermi nella tua vita?”.
Nella seconda domenica dopo Pentecoste, dopo esserci soffermati a meditare e poi adorare il mistero del nostro Dio
Trinità, la scorsa domenica, oggi al di là di ogni devozionismo o fanatismo, ancora una volta siamo sollecitati a chiederci se stiamo vivendo pienamente la nostra umanità vera in una quotidianità che non possiamo più trascinare. Ogni settimana nel giorno del Signore, dalla comunità apostolica in poi, i cristiani si riuniscono per ricordare e prendere parte ad un gesto che Gesù aveva compiuto durante l’ultima Cena, quello dello “Spezzare del pane”. Con il passare del tempo già dalle comunità sub apostoliche, succedeva che il rito compiuto era avulso dalle azioni della vita concreta.

Realizzare la condivisione

Il rito dello spezzare del pane e del mangiarlo, del prendere parte al calice del Sangue del Signore, deve tradursi in amore per i fratelli, nel servizio che se non accade fa diventare ipocrita il rito compiuto. Solo la capacità di saper condividere ciò che si è ricevuto rende bella la propria vita e il mondo in cui viviamo.
Solo nella Chiesa, comunità di pietre vive, questo gesto si realizza e diventa salvifico, cioè portatore di grazia per coloro che ne partecipano. Allo stesso tempo questo “Rendimento di grazie” ha la potenza di congregare la Chiesa stessa, cioè farla sentire un solo Corpo con il suo Capo, il Cristo, mentre si celebra.

Nei giorni di quarantena, è stata sottolineato più volte questo aspetto, soprattutto ricordando ai sacerdoti che potevano celebrare senza popolo che a nome di questo offrivano il sacrificio e dunque continuavano a tenere viva questa unità.

Prendete e mangiate

Come allora accostarsi a questo Mistero, se non con fede! Cristo che si è offerto una volta per sempre sull’altare della croce, ora vive immortale e intercede per noi. Quell’unico sacrifico è servito a mettere Dio definitivamente accanto all’uomo.
Prendete e mangiate, queste le parole che ascoltiamo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia. Gesù diede del pane ai suoi discepoli e li sollecitò a masticarlo, assimilarlo, questo vuol dire mangiare. Gesù chiedeva ai discepoli ed oggi a noi di accogliere nella vita ciò che Lui è stato, ciò che ci ha testimoniato diventando uno di noi.

Per un semita la carne, non sono i muscoli o l’aspetto fisico, ma la persona nella sua debolezza e fragilità che appartengono alla natura umana. L’Immortale si è fatto uno di noi, carne destinata anche alla morte. Mangiare allora vuol dire assimilare la sapienza di Dio che in Gesù ci mostra il progetto di un uomo riuscito, un uomo cioè che è capace di passare anche attraverso la sofferenza e l’incomprensione, ma che risorge vittorioso.

Gesù si è presentato come questa sapienza discesa dal cielo che va accolta. Questo modo di mostrarsi di Gesù è scandaloso per un giudeo. La Torah è tutto per gli ebrei, ora viene chiesto di andare oltre perché Cristo che  è il compimento di questa sapienza non è un semplice messaggio o una dottrina, ma una Persona, che chiede di entrare in noi.
Il segno del pane che ci mostra la “carne” è la storia della vita di Gesù che è stata una vita donata per noi.

Prendete e bevete

Prendete e bevete, è l’altra espressione che ci fa ritornare a quel Giovedì Santo in cui Gesù ha iniziato a rendere presente il suo sacrificio. Sono queste parole il ricordo che possiamo ricevere la vita se ci dissetiamo al calice del suo Sangue.
Anche queste sono espressioni inaccettabili per i giudei, ma Gesù non ha timore di chiedere ai suoi discepoli di bere. La docilità allo Spirito ci permette di accogliere questo gesto d’amore. Lo Sposo divino ci domanda di unire la nostra vita alla Sua, in questo banchetto nuziale, per condividere la stessa vita. Di fronte al delirio di onnipotenza dell’uomo che pensa di poter fare a meno di Dio, il Figlio che ha dato il suo sangue per noi sulla croce ci ricorda che è Dio a non voler fare a meno dell’uomo al punto che lo ama gratuitamente e senza pretese, ma solo offrendosi.

Una solennità che fa riscoprire l’autenticità

Questa solennità, nata nel Medioevo all’indomani delle grandi controversie circa la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia e rafforzata dal miracolo avvenuto nel 1263 a Bolsena, ci sollecita a lasciare ogni aspetto devozionale e intimistico, per fare posto al senso autentico di una verità che i padri della Chiesa avevano ben attestato, quando ricordavano alle comunità e dunque a noi che riuniti attorno alla stessa mensa è prendere coscienza di essere umanità che non si disperde, ma scopre la bellezza della fraternità; non solo, che l’unico Dio provvidente verso l’uomo ci ha mostrato che solo l’amore che si dona diventa amore che dà vita.

 

*diocesi di Amalfi-Cava de’ tirreni

 

Leggi anche

La Trinità, una storia di relazione

Il segno delle infinite possibilità e del ricalcolo