Attualità Liturgia

Coronavirus: tornano le messe ma la comunione?

Da questa mattina, a seguito del Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni liturgiche, sottoscritto tra Governo e Conferenza Episcopale Italiana il 7 Maggio 2020, è possibile celebrare l’Eucaristia con la partecipazione di popolo.
Ciò è concesso stando comunque attenti a “gesti d’amore” che potranno garantire la sicurezza dei fratelli riuniti in comunità. Tali comportamenti hanno smosso i pareri più variegati riguardo le celebrazioni eucaristiche, soprattutto in merito alla comunione eucaristica.

Proviamo ad analizzarle passo, passo e a chiarirci le idee.

Oltre all’ovvia rinuncia a poter portare la particola direttamente alla bocca dei fedeli che intendono comunicarsi, al paragrafo 3.4 il protocollo sottolinea la necessità che, durante il rito di comunione, la particola consacrata sia, dal celebrante o dall’eventuale ministro straordinario, offerta “senza venire a contatto con le mani dei fedeli”. Queste attenzioni non sono bastate a placare gli animi e si sono aperti gli schieramenti di pro e di contro riguardo alcune prassi che vedremo di seguito.

Ma andiamo con ordine.
Come si arriva alla comunione?
Quali passi percorriamo prima di poterci nutrire del corpo di Cristo?

Sulle mani o direttamente alla bocca?

Dalla lettura dei Vangeli si deduce che la “prima comunione”, consumata durante l’ultima cena dagli apostoli,  sia stata data in mano, anzi molto probabilmente è passata di mano in mano.

E da studi storici emerge che la prassi delle prime chiese non differiva. Molti sono i Padri della Chiesa che ne portano testimonianza: Tertulliano, Cipriano, Cirillo di Gerusalemme, Basilio, Teodoro di Mopsuestia, arricchiti da diversi canoni sanciti da concili e sinodi susseguiti nella storia.

Sembrerebbe naturale soffermarsi sullo stato di grazia e sulla fede del credente nell’accogliere il Corpo di Cristo, piuttosto che soffermarsi sulla forma nella quale riceverLo se sulle mani o direttamente alla bocca. Come ricordava Sant’Agostino «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Sermo 272).

Prima della comunione recitiamo la formula «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato». Questo ci ricorda che nessuno è “degno” di ricevere il Signore né sulle mani, né in bocca; tutti, incluso il sacerdote, il vescovo e il papa, recitiamo la medesima formula. E’ l’amore del Signore che ci rende degni, per questo vogliamo riceverlo e non perchè ci riteniamo degni. Colui del quale ti nutrirai ti purificherà e potrà mai essere profanato dalle tue mani, il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo per mezzo del battesimo e non un luogo di profanazione di chi è più grande del tuo peccato.
Quindi, nel ricevere il corpo di Cristo tra le tue mani (in questo tempo è anche l’unica possibilità), conta la tua coscienza di questo immenso Dono è la tua venerazione che ti rende degno di sé.
La profanazione si realizza  con l’ostinazione nel peccato e se lo ricevi in cattiva coscienza, certamente non se lo accogli con le tue mani. È il cuore che può “profanare” il corpo di Cristo non la mano.

Guanti o pinzette eucaristiche?

Per far fronte alle varie esigenze di natura sanitaria il protocollo suggerisce che “la distribuzione della comunione avvenga dopo che il celebrante o il ministro straordinario avranno curato l’igiene delle proprie mani e indossato guanti monouso gli stessi […] abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli”. La prima interpretazione che è stata data al testo, ha fatto tornare in auge l’utilizzo della “pinzetta eucaristica”.

La pinzetta eucaristica ha originariamente un significato liturgico, da rintracciare nel periodo medievale, quando tra gli utensili liturgici si registrano anche delle “pinzette” per il trasferimento delle ostie consacrate, il cui utilizzo era riservato agli alti prelati.

Accanto al significato liturgico, le pinzette, nel corso della storia, svolgono un’importante funzione di prevenzione sanitaria nei periodi di pestilenza, di lebbra, di epidemia, per evitare il contagio e, al contempo, non far mancare ai fedeli la consolazione dell’eucarestia.
In questo tempo di Coronavirus, quindi, è da considerare questo tipo di utilizzo, dettato da esigenze di natura sanitaria, per non negare ai fedeli la piena comunione al corpo di Cristo. Si può dunque affermare che l’utilizzo delle pinzette eucaristiche non è da considerarsi una mancanza di fede ma, piuttosto, un atto di prudenza e attenzione per limitare eventuali possibili atti di contagio.

Ed ora? Dire o non dire «Amen!»?

Altro argomento che ha sollevato qualche polemica e interrogativo, riguarda il dire o meno l’«Amen» quando si riceve l’ostia. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, (nn. 1061, 1064) «Credere significa dire “Amen” alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l'”Amen” d’infinito amore e di perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l'”Amen” all'”Io credo” della professione di fede del nostro Battesimo».
Se (momentaneamente), per motivi di amore di sé, ma soprattutto degli altri, qualcuno suggerisce di non doverlo proclamare, in occasione dell’incontro e del nutrimento Eucaristico (anche se può essere detto con la mascherina), si faccia almeno un cenno del corpo, inchinandosi profondamente e poi tendendo le mani nella recezione nei modi debiti dell’Eucarestia. Dopo ci si sposta a lato, ci si abbassa la mascherina prendendo la Santissima Eucarestia.

Per riprendere le intenzioni del Santo Padre, in merito allo scambio della pace, come ricordato dal card. Bassetti: “… il Santo Padre non ha mai mancato di dire: «Scambiatevi un segno della pace». Qualcuno gli ha detto che non ci si può scambiare il segno della pace, ma il Papa ha risposto che non ci si può scambiare la pace avvicinandosi e dandosi la mano, ma lo si può fare anche a distanza con un sorriso, uno sguardo dolce e benevolo, che diventano un modo di comunicare pace, gioia e amore. E così, pur restando a debita distanza, cercheremo di scambiarci la pace.”

Ora se questo è vero per un gesto esplicativo della liturgia, come lo scambio fraterno della pace, anche per l’Amen davanti a Gesù Eucarestia si suggerisce di non proclamarlo con la bocca, ma lo si proclami con il corpo per compiere quello proclamato solennemente al culmine della Preghiera Eucaristica.

 

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