Storie di Santità

Le opere di Sant’Antonio da Padova

Nel corso della sua vita di studio, preghiera e contemplazione, Frate Antonio riuscì a raccogliere numerose opere catechetiche e teologiche.

La redazione dei Sermones

Nell’ultimo periodo della sua vita, frate Antonio mise per iscritto due cicli di Sermoni, intitolati rispettivamente Sermoni domenicali e Sermoni Mariani e dei Santi, destinati ai predicatori e agli insegnanti degli studi teologici dell’Ordine francescano. In questi Sermoni, egli commenta i testi della Scrittura presentati dalla Liturgia, utilizzando l’interpretazione patristico-medievale dei quattro sensi, quello letterale o storico, quello allegorico o cristologico, quello tropologico o morale, e quello anagogico, o escatologico. Questi sensi, nella visione odierna, sono dimensioni dell’unico senso della Sacra Scrittura e che è giusto interpretarla cercando le quattro dimensioni della sua parola. Questi Sermoni sono testi teologico-omiletici, che riecheggiano la predicazione viva, in cui Antonio propone un vero e proprio itinerario di vita cristiana. La recente edizione italiana, a cura P. Giordano Tollardo, (Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, Ed. Messaggero, Padova 1994, pp. 1260), ha reso più facile la conoscenza dottrinale del Santo.

Il Pensiero

Data la diversità delle tematiche trattate nei Sermoni, è difficile tracciare una sintesi; tuttavia, per dare un’idea del pensiero antoniano, è sufficiente accennare a qualche argomento specifico, come per esempio, a quello della Vergine Maria, a cui dedica 6 “sermoni” – (2 all’Annunciazione, 2 alla Purificazione, 1 alla Natività e 1 all’Assunzione) –  dai quali si possono evidenziare alcuni aspetti abbastanza significativi. Certamente, i riferimenti non sono esposti in modo sistematico o in forma dimostrativa, bensì in maniera affermativa e sparsi a secondo le feste liturgiche commentate. Sembra interessante accennare almeno ad alcuni aspetti della mariologia antoniana e al suo naturale fondamento, che in seguito troveranno sviluppo nella storia della teologia mariana, e applicazione pastorale nella vita della Chiesa.

L’Immacolata Concezione

Per quanto riguarda la Vergine Immacolata, pur non essendo ancora diffusa la specifica liturgia, tuttavia si trovano nei “sermoni” diverse affermazioni in suo onore, dalle quali si può dedurre un certo orientamento verso il privilegio mariano. Nel II sermone dell’Annunciazione, commentando Isaia (16,1), scrive: “la beata Vergine è chiamata ‘pietra del deserto’: ‘pietra’, perché impossibile a essere solcata dall’aratro; e il diavolo, che coltiva le ombre, non poté trovare passaggio in essa, ossia traccia di colpa; ‘del deserto’, perché non seminata da seme umano, ma resa feconda per opera dello Spirito Santo” (n. 8, p. 1086); e nel sermone della Domenica di quinquagesima, annota: “Il Padre rivestì il suo Figlio Gesù di bianca stola, cioè di carne monda da ogni peccato, che ricevette dalla Vergine Immacolata” (n. 16, p. 62); e ancora, nel sermone della Domenica III di quaresima, precisa: “la gloriosa Vergine fu prevenuta e ricolma di una grazia singolare, per poter avere nel suo seno proprio colui che, fin dall’eternità, fu il Signore dell’universo” (n. 2, p. 151).

L’Assunzione al cielo di Maria

Per riguarda, invece, la glorificazione di Maria, nel II sermone dell’Assunzione, scrive: “Io glorificherò il ‘luogo dove ho posto i miei piedi’ (Is 60,13). Il luogo dove il Signore pose i suoi piedi, cioè la sua umanità, fu la beata Vergine Maria, dalla quale prese l’umana carne. Questo luogo, oggi, è stato dal Signore glorificato, perché ha esaltato Maria al di sopra dei cori degli angeli. Da ciò si rende manifesto che la Vergine fu assunta in cielo anche con il corpo, che fu il luogo dove pose i piedi il Signore. A questo mistero alludeva il salmista, quando cantava: ‘Alzati, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza’ (Sal 132, 8). Il Signore è risorto quando ascese alla destra del Padre; è risorta anche l’Arca [Maria], dove egli ha riposato, quando la Vergine Maria fu assunta al talamo celeste. O inestimabile dignità di Maria, o ineffabile sublimità inenarrabile di grazia, o imperscrutabile abisso di misericordia!… Veramente superiore a ogni grazia fu quella di Maria, che ebbe un Figlio in comune con l’Eterno Padre, e, quindi, oggi ha meritato di essere coronata in cielo” (nn. 2-5, pp. 1110-1115).
Per questa interpretazione, è ricordato da Pio XII, nella bolla dogmatica Munificentissimus Deus (1 novembre 1950), con queste parole: “Tra i sacri scrittori che, servendosi di testi scritturistici o di similitudini ed analogie, illustrarono e confermarono la pia sentenza dell’assunzione, occupa un posto speciale il dottore evangelico, s. Antonio da Padova. Nella festa dell’Assunzione, commentando le parole d’Isaia: ‘Glorificherò il luogo dove posano i miei piedi’ (Is 60, 13), affermò con sicurezza che il divino Redentore ha glorificato in modo eccelso la sua Madre dilettissima, dalla quale aveva preso umana carne. ‘Con ciò si ha chiaramente – dice – che la beata Vergine è stata assunta col corpo, in cui fu il luogo dei piedi del Signore’. Perciò scrive il Salmista: ‘Vieni, o Signore, nel tuo riposo, tu e l’Arca della tua santificazione’. Come Gesù Cristo, dice il santo, risorse dalla sconfitta morte e salì alla destra del Padre suo, così ‘risorse anche dall’Arca della sua santificazione, poiché in questo giorno la Vergine Madre fu assunta al talamo celeste’“.

La Madre di Dio

Se, a questi riferimenti mariani, si aggiungono anche alcuni sulla maternità divina e sulla mediazione, si ha un quadro più completo della mariologia antoniana. Nel I sermone dell’Annunciazione, scrive: “Maria rifulse veramente come il sole e fu l’arcobaleno splendente nel concepimento del Figlio di Dio. L’arcobaleno si forma con il sole che entra in una nuvola…E in questo giorno, il Figlio di Dio, sole di giustizia, entrò nella nube, cioè nel seno della Vergine gloriosa, e questa diventò quasi un arcobaleno, segno dell’alleanza, della pace e della riconciliazione…’Il mio arco sulle nubi sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra’. E di quest’arco dice l’Ecclesiastico: ‘Osserva l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto: è bellissimo nel suo splendore. Avvolge il cielo con un cerchio di gloria’. Contempla l’arcobaleno, considera cioè la bellezza, la santità, la dignità della beata Vergine Maria…È veramente stupenda nello splendore della sua santità, sopra tutte le figlie di Dio. Ella avvolse il cielo, cioè circondò la divinità con un cerchio di gloria, con la sua gloriosa umanità” (n. 6, pp. 1084-1085).
Nel III sermone sul Natale del Signore, scrive: “Maria diede alla luce il figlio. Quale figlio? Il Figlio di Dio, Dio lui stesso. O donna, più felice di ogni altra, che avesti il Figlio in comune con Dio Padre!… Il Padre gli ha dato la divinità, la Madre l’umanità; il Padre la maestà, la Madre l’infermità. Partorì il suo Figlio, cioè l’Emanuele, che è quanto dire: Dio-con-noi” (n. 6, p. 940); mentre, nel sermone sull’Assunzione: “Quanto grande è la dignità della Vergine gloriosa! Ella meritò di essere la madre di colui che è il ‘firmamento’ e la bellezza degli angeli… Ella fu il soglio di questa gloriosa altezza di Cristo fin da principio, cioè fu predestinata ad essere Madre di Dio con potenza [dalla costituzione del mondo], secondo lo spirito di santificazione” (n. 1-2, pp. 1108-1109); e ancora nel sermone della III domenica di quaresima, aggiunge: “Veramente beato è questo seno, circondato di gigli, che portò te, Dio e Figlio di Dio, Signore degli angeli, Creatore del cielo e della terra, Redentore del mondo! La Figlia ha portato il Padre, la Vergine poverella ha portato il Figlio. O cherubini e serafini, o angeli ed arcangeli, in umile atteggiamento e con capo chino, adorate il tempio del Figlio di Dio, il sacrario dello Spirito santo, il grembo beato adorno di gigli, dicendo: Beato il seno che ti ha portato! E voi o mortali, figli di Adamo, a cui fu fatta questa grazia e concessa questa prerogativa, animati di fede, compunti nel cuore, prostrati a terra, adorate anche voi il trono d’avorio eccelso elevato dal vero Salomone [il Signore] e dite: Beato il grembo che ti ha portato!” (nn. 1-3, pp. 151-152).

La celeste mediatrice

Tra i titoli più diffusi della mariologia antoniana, quelli sulla universale mediazione godono di una particolare preferenza. Intorno al questo tema, frate Antonio ha delle affermazioni e delle immagini simpatiche e suggestive a un tempo, che contribuiscono alla sua diffusione nel popolo di Dio con molta incisività. Nel sermone dell’Annunciazione della beata Vergine Maria, scrive: “La Vergine Maria è nostra mediatrice, perché ha ha ristabilito la pace tra Dio e il peccatore… è lei il segno della pace e dell’alleanza…e l’ulivo della misericordia” (n. 11, p. 1090); mentre nel sermone della Domenica IV di avvento: “La beata Maria, essendo una valle, fu colmata di grazia, e della sua pienezza di grazia noi tutti abbiamo ricevuto”; e nel II sermone dell’Annunciazione della beata Vergine Maria, commentando Luca (1, 35), precisa: “Come da un vaso troppo pieno si riversa sulla terra qualche goccia, così Maria fu ripiena della grazia divina e fecondata dallo Spirito Santo, perché cadesse su di noi lo stillicidio delle sue grazie” (n. 8, p. 135); e poco prima aveva detto: “Maria diede al mondo l’autore di tutta la grazia” (n. 4, p. 132).
Nel sermone dell’Annunciazione della beata Vergine Maria, scrive: “La Vergine Maria è la porta del cielo, la porta del paradiso, sulla quale il vero Salomone [Cristo] ha scolpito i cherubini, che rappresentano la vita angelica e la pienezza della carità; le palme, che indicano la vittoria sul nemico…; i bassorilievi di fiori, che sono le preziose cesellature raffiguranti l’umiltà e la verginità. Tutto questo è stato scolpito nella beata Vergine Maria dalla mano della Sapienza” (n. 1, p. 1080-1081); mentre nel II sermone dell’Annunciazione, precisa: “Maria è la stella del mare, perché siamo ancora in mezzo al mare, siamo sbattuti dai flutti, sommersi dalla tempesta. Invochiamo la stella del mare, per arrivare con il suo aiuto al porto della salvezza. È lei che salva dalla tempesta coloro che la invocano, che mostra la via, che guida al porto” (n. 14, p. 1139); mentre nel sermone della Domenica I dopo Natale, aggiunge: “Chi è privo di questa stella è cieco e cammina a tentoni: la sua nave sarà infranta dalla tempesta ed egli sarà travolto dalle onde” (n. 4, p. 985).
Ancora nel sermone dell’Annunciazione della beata Vergine Maria, scrive: “L’iride risplende per una posizione del sole che pervade le nuvole…Così il Figlio di Dio, sole di giustizia, penetrando la nuvola, cioè la Vergine gloriosa, la rese come arcobaleno, segno… d’alleanza tra Dio e i peccatori” (n, 6, p. 1084). E nel II sermone della Purificazione della beata Vergine Maria: “In principio il Signore Dio piantò un giardino di delizie…e vi pose l’uomo a custodirlo e a coltivarlo. L’uomo, però, lo coltivò male  e male lo custodì. Era necessario che il Signore piantasse un altro giardino, di gran lungo migliore, cioè la beata Vergine Maria, alla quale ritornassero gli esuli del primo giardino. In questo nuovo giardino fu posto il secondo Adamo [Cristo Gesù], che lo coltivò e lo custodì” (n. 1, p. 1097). E, infine, nel II sermone dell’Annunciazione della beata Vergine Maria: “Orsù, dunque, Signora nostra e nostra speranza, noi ti supplichiamo, affinché illumini le nostre menti con lo splendore della tua grazia, per purificarle con il candore della tua illibatezza, per infiammarle col calore della presenza, per riconciliarle col Figlio tuo, onde possiamo sollevarci allo splendore della tua gloria. Ce lo conceda colui che ha voluto prendere da te il suo glorioso corpo e abitare per nove mesi nel tuo grembo” (n. 6, p. 1085).

Fondamento cristocentrico della mariologia

A fondamento di questi sparsi pensieri mariani, c’è sempre il mistero di Cristo, che per Antonio costituisce il centro della vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione. In questo, sembra un antesignano dell’inizio del cristocentrismo, tratto caratteristico della teologia francescana, che, poi, in Giovanni Duns Scoto, troverà la sua perfetta realizzazione e sistemazione. Per Antonio, non solo i misteri della Natività sono un punto centrale dell’amore di Cristo per l’umanità, ma anche la visione del Crocifisso ispirano pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della persona umana.
Nel sermone sulla Invenzione della santa Croce, scrive: “Sul legno della Croce fu elevata l’umanità di Cristo, come segno della nostra salvezza. Alziamo, dunque, i nostri occhi e ‘guardiamo all’autore della nostra salvezza, Cristo Gesù’. Consideriamo il nostro Signore sospeso alla croce, trapassato dai chiodi… Come l’anima è la vita del corpo, [così] Cristo è la vita dell’anima. Ecco, dunque, la tua vita è sospesa [alla croce]! Non senti un fremito di dolore e di compassione, pensando a ciò? Se egli è la tua vita, come puoi frenarti e non essere pronto ad affrontare il carcere e la morte per lui, come Pietro e Tommaso? Egli è sospeso davanti a te, per muoverti a compassione verso di lui, esclamando con il profeta: ‘O voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore’ (Lam 1, 12) […]. Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi te stesso nella croce, come in uno specchio. Nella croce potrai constatare che le tue ferite sono veramente mortali e che nessuna medicina avrebbe potuto guarirle, se non il sangue del Figlio di Dio. Se osserverai attentamente, lì potrai scoprire quanto grande è la tua dignità umana e quanto sei prezioso […]. Mai un uomo può scoprire la sua dignità che allo specchio della Croce […]. Vedere e credere è la stessa cosa, perché quanto credi, tanto vedi. Perciò, credi con fede viva alla tua vita, per vivere con lui che è Vita, nei secoli eterni” (n. 7, pp. 1192-1194).
Significative sono anche le immagini con cui frate Antonio spiega la centralità di Cristo nella vita. Nella IV domenica dopo Pasqua, scrive: “Il cerchio, così chiamato perché corre all’intorno, raffigura Cristo Gesù, che è ritornato da dove era partito” (n. 3, p. 287); e nel sermone dell’Ottava di pasqua, afferma: “Gesù sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradiano verso di noi che camminiamo all’intorno” (n. 6, p. 230); e precisa: “Il cerchio raffigura Cristo Gesù che, come il cerchio, è ritornato da dove era partito: è partito dal Padre […] ed è ritornato al trono del Padre […]. Il cerchio… è anche la croce di Cristo Gesù… che ha perforato il diavolo e liberato il genere umano. E, quindi, conclusa l’opera redentrice, Cristo dice: Vado dal Padre che mi ha mandato” (n. 3, p. 288).

Dottore della Chiesa

Tra i contemporanei e nelle generazioni immediatamente successive, frate Antonio fu ritenuto maestro di sapienza cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni. Uno storico dice che Antonio possedeva un talento così eminente, da poter servirsi della memoria al posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di linguaggio mistico. La profondità insospettata del suo parlare accresceva lo stupore dell’uditorio. Anche la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento.
Nelle celebrazioni due volte centenarie, il VII della morte (1231-1931) e il VII della canonizzazione (1232-1932), l’Ordine Francescano ha richiesto il riconoscimento del titolo di Dottore, già riconosciuto da Gregorio IX fin dal giorno della sua canonizzazione (30 maggio 1232), come ricorda la stessa Lettera Apostolica Esulta, Lusitania felix di Pio XII (16 gennaio 1946), che conferma a Sant’Antonio di Padova il titolo di “Dottore della Chiesa universale”, con l’appellativo di Doctor Evangelicus.
Del Pontefice Gregorio IX, si ricordano due episodi: uno riguarda la testimonianza di aver chiamato frate Antonio ancora vivente “Arca del Testamento” e “Scrigno delle Scritture”; e l’altro l’intonazione dell’antifona dei Dottori della Chiesa – O Doctor optime, Ecclesiae sanctae lumen; beate Antoni, divinae legis amator, deprecare pro nobis Filium Dei [O Dottore della Chiesa, beato Antonio, amatore della divina parola, prega per noi il Figlio di Dio] – in onore del novello Santo (30 maggio 1232). E questo fu il motivo per cui nella Liturgia si cominciò a tributargli il culto proprio dei Dottori; e anche l’arte cominciò a riprodurre il Santo con un libro aperto in mano.
L’opera, cui la critica ha riconosciuto il merito di essere stato “un prezioso contributo per la causa del Dottorato antoniano” e “una fonte di consultazione di tutti gli studiosi del Santo”, è certamente La figura intellettuale di S. Antonio di Padova. I suoi scritti. La sua dottrina (Roma 1934), di D. Scaramuzzi. Il saggio consta di due parti: l’una, di carattere storico-critico, affronta le questioni preliminari inerenti alla collocazione storica e culturale di Antonio, all’autenticità e genuinità degli scritti, all’originalità della dottrina e all’influsso esercitato sui contemporanei e sui posteri; l’altra, di carattere dottrinale, è una ricostruzione sistematica di testi in latino, scelti con gusto e perspicacia, contenenti le principali tesi teologiche, morali mistiche e religiose, tratte dagli scritti del Santo, così da risultare una particolare Antologia, molto utile per lo studioso. Gli argomenti principali riguardano: Dio, l’uomo, Cristo Gesù, la Vergine, la vita morale e soprannaturale, l’al di là.

 

Leggi anche

Preghiera a San Barnaba Apostolo

Santo del giorno: Santa Giovanna D’arco