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San Filippo Neri: film e fiction

Un aspetto di cui tener conto è sicuramente affermare che non è mai semplice, attraverso un’opera cinematografica, rappresentare esattamente e con precisione la vita di una persona. Ancor più complicato può essere rappresentare e raccontare la vita di un santo così poliedrico come San Filippo Neri. A lui sono stati ispirati un Film ed una Fiction rispettivamente nel 1981 e nel 2010 e in entrambe sono rappresentate numerose inesattezze.

Non sempre gli adattamenti di episodi della vita del santo sono dovuti a “adattamenti” per la trama e la storia da raccontare. Al di là della precisione della cronaca e dell’interpretazione di registi e sceneggiatori, entrambe le opere mirano a trasmettere il senso e il cuore del messaggio di San Filippo: il suo dedicarsi agli altri, l’essere vicino al popolo, il suo “fare per Cristo”, la sua incessante opera di confessore e la geniale idea dell’Oratorio.

Prima di soffermarci sulle due opere “State buoni se potete” e “Preferisco il paradiso” bisogna precisare un aspetto, ferme restando le intenzioni di raccontare il bello dell’opera di padre Filippo e pur adattando la trama a ciò che il pubblico può voler sentirsi raccontare, ci sono delle inesattezze che compaiono nelle opere.
Padre Filippo Neri, toscano di nascita è arrivato a Roma da giovane laico e non da sacerdote adulto per un viaggio missionario mancato, inoltre non fonda l’Oratorio per i ragazzini ma per i giovani e gli adulti, per raccontare le opere di Dio e di Cristo con forme e dinamiche nuove. I ragazzini, di solito figli di chi lo seguiva in oratorio, erano carissimi al santo e non mancava di accompagnarli al Gianicolo, per giocare con essi “facendosi fanciullo con i fanciulli sapientemente”, come ancora ricorda una iscrizione posta accanto a quel che rimane lassù della “quercia del Tasso”. L’Oratorio di Padre Filippo, dunque, come emerge dal programma nelle fonti documentarie, è una “scuola” di formazione per gli adulti: e che, fra questi, molti fossero i giovani non muta la realtà, dal momento che questi giovani o erano studenti a livello universitario o uomini già sposati e con figli, professionisti, uomini di corte, artigiani, piccoli commercianti, impiegati dei banchi.

State buoni se potete (1981)

Che “State buoni se potete” sia un’espressione utilizzata dal santo, è una leggenda che nasce (forse) proprio dall’uscita del film nel 1981; in realtà non risulta da alcuna fonte filippina come ricordano i padri della Confederazione dell’oratorio di San Filippo Neri. Proprio con l’oratorio, nel film, vengono assistiti i bambini abbandonati raccontandosi, con il canto, la vita dei santi, è l’ambiente attorno al quale idealmente il regista (Magni) ha girato tutto il film. Pochi sono i racconti e gli aspetti della città che era Roma ai tempi di padre Filippo, Magni offre solo alcuni degli spunti senza dover per forza riproporre l’esattezza storica. Possiamo assistere comunque ad alcune pennellate di vita romana cinquecentesca con al centro della scena sempre Filippo Neri; intorno vediamo alternarsi papi (durante la vita di San Filippo se ne alternarono ben quindici),  personaggi che diverranno santi (come ricorda il santo in una scena, ovvero Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni della Croce, Teresa D’Avila e Francesco Saverio), ancora si alterneranno incarnazioni del diavolo, briganti e una storia sentimentale tra Leonetta e Cirifischio.

“State buoni se potete”, come ricordato, non risulta attribuita a padre Filippo da nessuna delle fonti filippine; e, ammesso che Filippo abbia pronunciato qualcosa che le somiglia, non si può dimenticare che l’espressione romanesca “statte bbono” significa: sta fermo, non agitarti; e non si riferisce affatto al comportamento morale, quanto più che altro all’esuberanza e la vivacità dei ragazzi. E il carattere del santo avrebbe potuto far aggiungere un “se potete” che sottolinea la bontà e il buon senso del prete che non guarda mai all’uomo in astratto, ma si rapporta con l’uomo concreto, accolto ed amato – come fa Dio – nelle situazioni dell’esistenza.

Il Filippo raccontato da Magni, è un simpatico educatore, dai metodi certamente apprezzabili, ma il piano su cui egli opera è puramente naturale. C’è la costante presenza del male che tenta di toccare la vita dei ragazzini, e la vigile attenzione di Filippo che li difende. C’è un’ulteriore incongruenza nella pellicola, quella di un uomo in talare di stracci, che tozza moltissimo rispetto allo stile povero ma dignitosissimo del fiorentino Filippo, che sempre ha amato la pulizia e il decoro. Nel film lo si vede pregare una volta sola in tutto il film, mentre Filippo storicamente è un contemplativo, un mistico, un sacerdote che ha svolto il suo ministero principalmente attraverso il sacramento della Confessione. Resta comunque un’opera che ha contribuito tantissimo a far conoscere il santo e il suo animo buono, magari fantasioso e non preciso ma resta il messaggio di un uomo che si è donato agli altri con opere innovative per il tempo in cui è vissuto.

Preferisco il paradiso (2010)

“Preferisco il Paradiso” invece è il titolo della fiction di produzione RAI, se non alla lettera certamente nella sostanza padre Filippo l’ha detto: particolarmente in riferimento alla berretta cardinalizia tante volte offertagli e sempre rifiutata, ci sono episodi, al riguardo, nelle fonti filippine. Questo titolo, inoltre, lascia intendere anche la dimensione più religiosa di padre Filippo che è più difficile cogliere nella trasposizione cinematografica di Magni.

La fiction ha colto in profondità, il nucleo essenziale del messaggio di padre Filippo, la fede in Dio, la preghiera, la dedizione sacerdotale, il metodo della proposta di Filippo educatore. Il suo aiutare a crescere in adesione al Vangelo tradotto in semplicità, in fiducia nell’umano, nella fuga da ogni artificio e complicazione, nella costante ricerca ed accoglienza dell’essenziale. Tratto distintivo di San Filippo e rappresentato bene nella fiction, e la gioia che Filippo visse con la letizia del cristiano, non con spensieratezza, e con momenti di “tristezza” che coglie l’uomo quando più profondamente percepisce la sua inadeguatezza e si accorge che tutto è troppo poco in relazione al desiderio di pienezza che zampilla nel cuore umano. La fiction certamente presenta tutta questa ricchezza di contenuti, esprimendola, attraverso episodi fantasiosi, utili allo svolgimento della trama.

Le incongruenze storiche presenti anche nella fiction sono molteplici a partire dall’arrivo a Roma di Filippo già prete, e di una certa età, con l’intenzione dichiarata di partire per le Indie con i missionari di padre Ignazio di Lojola, mentre Filippo giunse a Roma poco meno che ventenne, senza un preciso progetto a parte quella di seguire Cristo che chiama. Anche qui è presente la scena di Filippo che fonda l’Oratorio per dei ragazzini, mentre l’Oratorio nasce come strumento di formazione per giovani e adulti di tutti i ceti sociali, ed i ragazzi di cui padre Filippo marginalmente si occupava erano i figli di coloro che partecipavano agli incontri oratoriali; ma una fiction, come si è detto, non è un documentario storico e chi vuole conoscere la storia si affida ad altri strumenti.

Direi che Preferisco il Paradiso – titolo davvero apprezzabile, perché mette in chiaro, fin da subito, la vera prospettiva di San Filippo Neri e la sua fondamentale aspirazione – è una artistica sintesi della figura del santo: come quella prodotta da bravi pittori che, nel rappresentare il Neri sulla tela, non si affiggono a delinearne singoli dettagli, ma inventano una figura che esprima l’insieme.

Da riportare e far notare è che il Filippo della fiction è prete e lo si vede chiaramente, non solo dall’abito che porta ma dalla rappresentazione di un prete consapevole del compito a lui affidato; credibile perché credente; scanzonato ma senza eccessi, dotato di un bel temperamento umano, ma plasmato dalla Grazia di Dio, un prete che si confessa, oltre che confessare, riformatore ma umilmente fedele alla Chiesa ed alla Autorità ecclesiastica anche quando è da essa sottoposto a prove decisamente severe; un prete generosamente dedito all’attività e, in uguale misura, alla contemplazione, poiché il passaggio dalla “meditazione” alla “dedicazione” non comportò per lui il lasciar qualcosa per qualcos’altro, ma fu «lasciare Cristo per Cristo» come egli diceva: «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia».

Un augurio è che gli spettatori possano cogliere in questa fiction la testimonianza di un cristiano che, anziché disquisire sulla emergenza educativa o, peggio, limitarsi al lamento, ha impegnato se stesso a risolverla, e c’è riuscito non mediante elaborati progetti e gelide imposizioni di regole, ma mostrando con la propria vita affascinante che la libertà è frutto di un cammino di liberazione, che la maturità nasce dalla crescente consapevolezza della responsabilità a cui l’uomo è chiamato, che l’umanità va presa decisamente sul serio in tutta la sua interezza, come fa Dio.

Un santo tutto da scoprire

Filippo Neri “è tutto da scoprire” proprio nella sua intera dimensione di uomo cristiano, e sottolineo i due termini; uomo: un patrimonio di ricca e bella umanità, che Filippo ha sempre preso estremamente sul serio, mai censurando nulla dell’umano che Dio ha creato e che ha consegnato all’uomo affinché in esso – dentro la “carne” per dirlo in termini biblici – avvenga l’incontro con Colui che porta l’umano alla sua pienezza. E cristiano, la condizione che permette all’uomo di dire, con san Paolo: “vivo non più io, Cristo vive in me e questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

 

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